Quando il male diventa normale
L'anestesia della coscienza e la chiamata alla vigilanza
C’è una domanda che ho posto nel mio video e che voglio riprendere qui, perché merita più spazio di quanto un video possa concedere. La domanda è semplice, ma taglia in profondità: ti è mai capitato di guardare qualcosa di oggettivamente malvagio senza sentirti più scosso?
Una notizia orribile. Un insulto feroce. Un’ingiustizia. Un fatto di cronaca estremo. Una bestemmia. Eppure dentro — niente. Nessuno scatto, nessuna reazione. Come se tutto fosse ormai normale.
Nel video ho chiamato questa condizione anestesia interiore, e credo sia la malattia più insidiosa del nostro tempo. Ma qui, in questo spazio più ampio, voglio fare ciò che il formato video non mi consente: scavare dentro questa realtà con gli strumenti dell’esegesi, della tradizione patristica e — cosa che trovo preziosa — con le voci di chi mi ha risposto. Perché sotto quel video sono arrivati commenti che meritano non una risposta frettolosa, ma una vera e propria riflessione condivisa.
I. La meccanica dell’assuefazione: da Isaia ai Padri
Nel video ho citato Isaia 5,20:
Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro.
Ma nel video ho potuto solo accennare. Qui voglio fermarmi su ciò che il profeta sta realmente dicendo, perché il testo ebraico rivela una struttura che l’italiano appiattisce.
Il versetto è inserito in una serie di sei hôy (הוֹי) — sei “guai” — che occupano i versetti 18-23 del capitolo 5. Non si tratta di maledizioni generiche: sono denunce profetiche circostanziate contro deformazioni morali specifiche del popolo di Israele. Il quinto hôy, quello del versetto 20, colpisce chi opera un’inversione ontologica: non semplicemente chi fa il male, ma chi riclassifica il male come bene. È un passaggio cruciale. Il peccatore “ordinario” sa di peccare. Chi è colpito da questo hôy non sa più nemmeno questo, perché ha riscritto le categorie.
Il verbo usato è ‘ōmerîm (אֹמְרִים), participio attivo: “coloro che dicono, che chiamano“. È un’azione linguistica, prima ancora che morale. Il male entra nella normalità attraverso il linguaggio. Prima lo rinomini, poi lo accetti, infine lo promuovi. Isaia descrive esattamente il processo che ho illustrato nel video: tolleranza → giustificazione → inversione.
I tre parallelismi — male/bene, tenebre/luce, amaro/dolce — non sono ridondanti. Coprono tre dimensioni: quella morale (male-bene), quella intellettuale (tenebre-luce), quella esperienziale (amaro-dolce). L’inversione è totale. Non riguarda solo le azioni, ma anche il pensiero e la percezione. Quando il male diventa “normale”, non è solo la volontà ad essere compromessa: è l’intero apparato percettivo dell’anima.
Giovanni Crisostomo, commentando la dinamica dell’abitudine al peccato, usa un’immagine che trovo particolarmente incisiva. Nel suo commento alla Lettera ai Romani parla di una sorta di callo dell’anima (τύλος τῆς ψυχῆς): così come la pelle sottoposta a pressione costante si indurisce e perde sensibilità, l’anima esposta continuamente al peccato sviluppa una callosità spirituale. Non sente più il dolore del male. Non perché il male sia cambiato, ma perché l’organo che lo percepiva si è atrofizzato.
Agostino, nelle Confessioni, descrive la stessa dinamica dall’interno, con la lucidità di chi l’ha vissuta:
La consuetudine non contrastata diventa necessità. L’abitudine costruisce una catena, e questa catena tiene prigioniera la volontà. Dal volere nasce l’abitudine, e dall’abitudine non contrastata nasce la necessità — e così, con anelli intrecciati, l’uomo resta schiavo.
Ecco la traiettoria: esposizione → tolleranza → abitudine → necessità → schiavitù. Non è un salto, è una discesa graduale. Ed è per questo che è così pericolosa: non c’è un momento in cui puoi dire “ecco, qui ho iniziato a perdermi”. È un piano inclinato, non un precipizio.
II. Gli slogan che anestetizzano: quando la verità viene decontestualizzata
Nel video ho fatto un esempio che qui voglio approfondire: lo slogan “non giudicare”.
Di per sé, è una parola di Cristo: mē krínete (μὴ κρίνετε) in Matteo 7,1. Ma questo imperativo, nel contesto matteano, è inserito in un discorso sulla reciprocità del giudizio (”con la misura con cui misurate sarà misurato a voi”) e sull’ipocrisia (”togli prima la trave dal tuo occhio”). Gesù non sta vietando il discernimento morale — sarebbe assurdo, dato che tutto il Discorso della Montagna è un esercizio intensissimo di discernimento morale. Sta vietando il giudizio condannatorio, ipocrita, che si pone al posto di Dio.
Ma quando questo versetto viene estratto dal suo contesto, tagliato dalla sua radice e trasformato in slogan culturale, il risultato è l’esatto opposto di ciò che Gesù intendeva: non il divieto dell’ipocrisia, ma il divieto del discernimento. “Non giudicare” diventa “non osare dire che qualcosa è sbagliato”. E così il linguaggio evangelico viene usato contro il Vangelo — un’operazione che, se ci pensiamo bene, è di una raffinatezza diabolica.
Lo stesso vale per “ognuno ha la sua verità” e “l’importante è essere felici”. Sono mezze verità — e una mezza verità, diceva Fulton Sheen, è la forma più pericolosa di menzogna, perché ha abbastanza luce da sembrare credibile e abbastanza buio da condurti fuori strada.
III. La coscienza: il cane che smette di abbaiare
Nel video ho usato un’immagine che mi sta particolarmente a cuore: la coscienza come un cane da guardia che, quando smette di abbaiare, ci lascia indifesi.
Questa immagine non è mia — ha radici nella tradizione spirituale cristiana, e in particolare nel linguaggio dei Padri del deserto sulla syneidesis (συνείδησις). Ma qui voglio andare più a fondo, perché dalla comunità che segue il canale sono arrivate voci che toccano proprio questo nervo scoperto.
La voce di Fleurmar: il primo moto e la sua trasfigurazione
Una persona che segue il canale — Fleurmar — ha scritto qualcosa di notevole sotto il video. Ha ammesso con grande onestà che il suo primo pensiero, davanti al male, è spesso ancora un giudizio. Ma ha aggiunto qualcosa di decisivo: cerca immediatamente di sostituire quel giudizio con una preghiera.
Questo merita un approfondimento serio, perché tocca una delle questioni più delicate della vita interiore: la dottrina dei logismoi (λογισμοί), i “primi pensieri”, sviluppata da Evagrio Pontico nel IV secolo e sistematizzata poi da Giovanni Cassiano per l’Occidente.
Evagrio distingue con precisione chirurgica le fasi del pensiero tentatore. Il logismos — il primo moto, il primo pensiero — non è ancora peccato. È, per così dire, il materiale grezzo della vita interiore. Ciò che conta non è il fatto che il pensiero si presenti, ma ciò che facciamo con esso. Evagrio descrive una progressione: il pensiero si presenta (prosbole), viene accolto e intrattenuto (syndiasmos), diventa consenso della volontà (synkatathesis), e infine si radica come passione stabile (pathos).
Ciò che Fleurmar descrive — riconoscere il primo moto di giudizio e convertirlo in preghiera — si colloca esattamente nel passaggio tra la prosbole e il syndiasmos: il pensiero si è presentato, ma invece di intrattenerlo, lo ha intercettato e trasfigurato. Questo non è repressione, è trasformazione. Ed è esattamente ciò che i Padri del deserto insegnavano come il cuore della vigilanza spirituale: non l’assenza di tentazioni, ma la prontezza nel riorientarle.
Fleurmar ha detto anche un’altra cosa importante: ha attraversato “lunghi anni” in cui la sua coscienza era “offuscata”, e per questo comprende a fondo il “Perdona loro perché non sanno quello che fanno” di Gesù sulla croce. Questo è un punto che merita di essere sottolineato: chi ha conosciuto il buio dall’interno non giudica più dall’esterno. Non perché abbia smesso di distinguere il bene dal male, ma perché ha imparato che l’accecamento è reale — non è una scusa, è una condizione. E la parola di Cristo sulla croce non è un generico “va tutto bene”: è una diagnosi terribile e misericordiosa insieme. “Non sanno quello che fanno” non li assolve dalla colpa oggettiva, ma rivela che la colpa ha una dimensione che supera la volontà cosciente. È per questo che solo Dio può giudicare ultimamente: perché solo Lui vede il punto esatto in cui la libertà finisce e l’accecamento comincia.

Il grido di Angela: “Quando manderai tuo Figlio?”
Un’altra voce sotto il video è stata quella di Angela, che ha espresso un grido che chiunque abbia gli occhi aperti sul male del mondo ha sentito almeno una volta: “Quando manderai tuo Figlio di nuovo sulla terra?”.
Questo grido non è scandalo. È un grido biblico. È lo stesso ‘ad-matay (עַד־מָתַי) — “fino a quando?” — che attraversa i Salmi come una ferita aperta. Lo trovi nel Salmo 13,2: “Fino a quando, Signore, mi dimenticherai? Per sempre?”. Lo trovi nel Salmo 74,10: “Fino a quando, o Dio, l’avversario insulterà?”. Lo trovi nell’Apocalisse 6,10, sulla bocca dei martiri sotto l’altare: “Fino a quando, Signore santo e veritiero, non farai giustizia?”.
Gridare “vieni, Signore” non è mancanza di fede. Spesso è fede che rifiuta di anestetizzarsi. Il Maranatha (μαρὰν ἀθά) di 1 Corinzi 16,22 — “Vieni, Signore nostro!” — è una delle più antiche preghiere cristiane, probabilmente pronunciata nella lingua aramaica della prima comunità ancora prima che il Nuovo Testamento fosse scritto.
Ma — e qui devo essere onesto — c’è un rischio nel grido escatologico quando diventa esclusivamente un grido di fuga. Se “vieni, Signore” significa solo “toglimi da questo mondo orribile”, stiamo chiedendo una scorciatoia. Cristo non ci ha promesso l’esenzione dalla battaglia: ci ha promesso la sua presenza dentro la battaglia. L’Eucaristia non è un biglietto per il Paradiso: è il Cielo che entra nel nostro tempo e ci dà la forza di attraversarlo senza soccombere.
Angela, nel suo grido, stava facendo qualcosa di profondamente umano e legittimo. Ma la risposta cristiana completa al “fino a quando?” non è solo “presto”, ma anche “intanto, chi vuoi essere tu?”. È la domanda che trasforma l’attesa passiva in vigilanza attiva. E la vigilanza, come ho detto nel video, è preghiera, confessione, eucaristia, e carità concreta.
IV. La grazia nella solitudine: quando la fede non ha consolazioni umane
Sotto il video è arrivata anche una voce che non posso citare direttamente per rispetto alla sua intimità, ma il cui contenuto voglio riprendere perché tocca un tema teologico enorme: la persona che resta fedele a Dio nella solitudine più radicale — senza famiglia che la sostenga, senza comunità visibile, con la malattia come compagna quotidiana.
Questa persona ha descritto la propria sofferenza non come una punizione, ma come una grazia. Ha usato proprio questa parola. Ha detto che nella malattia e nella solitudine ha scoperto qualcosa che nessun familiare le aveva saputo dare: la presenza di Dio Padre.
Qui ci troviamo davanti a uno dei paradossi più impenetrabili della fede cristiana. La teologia mistica lo chiama il fructus crucis — il frutto della croce. Non nel senso che la sofferenza sia “buona” (sarebbe sadismo teologico), ma nel senso che Dio, nella sua libertà sovrana, è capace di far germogliare vita là dove noi vediamo solo morte. Non a causa della sofferenza, ma attraverso di essa — e solo quando la sofferenza viene offerta, cioè consegnata nelle mani di Chi sa cosa farne.
Giovanni della Croce, nella Notte oscura, descrive una dinamica simile: Dio talvolta sottrae le consolazioni sensibili — la famiglia, la salute, il senso di comunità — non per crudeltà, ma per condurre l’anima a un attaccamento più puro, più nudo, più radicale a Lui solo. È una pedagogia dolorosa, che non va mai banalizzata né romantizzata, ma che molti santi hanno riconosciuto a posteriori come il momento in cui la loro fede è passata dall’opinione alla roccia.
Questa esperienza smentisce una delle eresie più diffuse del nostro tempo: l’idea che la fede debba sempre “funzionare”, produrre benessere visibile, risolvere i problemi. La testimonianza che abbiamo ricevuto dice il contrario: a volte la fede non consola, non risolve, non guarisce il corpo. Ma tiene in piedi l’anima quando tutto il resto crolla. E questo, paradossalmente, è più forte di qualsiasi miracolo.
V. L’indignazione come virtù: non arrendersi al male
Un altro commento che mi ha colpito è quello di Silvia Magi, che ha scritto con disarmante semplicità: “Io dinanzi al male, alle ingiustizie, non riesco a tollerare, non riesco mai ad adeguarmi.”
Silvia, sappi che questa tua incapacità di adeguarti non è un difetto: è un carisma. In una cultura che premia la tolleranza come valore assoluto e l’indifferenza come segno di maturità, conservare la capacità di indignarsi davanti al male è una forma di resistenza spirituale.
Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae (II-II, q. 158, a. 1-2), distingue con grande finezza tra l’ira come vizio e l’ira come risposta virtuosa. L’ira diventa viziosa quando è sproporzionata, vendicativa o incontrollata. Ma l’assenza di ira davanti all’ingiustizia non è virtù: è insensibilitas, un difetto morale. Chi non si indigna davanti al male non è più paziente dell’iracondo: è meno umano.
Cristo stesso si è indignato. La purificazione del Tempio (Giovanni 2,13-17) non è un episodio imbarazzante da spiegare via: è la rivelazione che l’amore per il bene include necessariamente lo sdegno verso ciò che lo profana. Chi ama Dio si indigna quando Dio viene offeso. Chi ama l’uomo si indigna quando l’uomo viene degradato. L’indignazione cristiana non è rabbia cieca: è la forma che l’amore assume quando incontra ciò che distrugge il suo oggetto.
La sfida, ovviamente, è non lasciar degenerare l’indignazione in disperazione o in giudizio amaro sugli altri. L’indignazione va canalizzata — nella preghiera, nell’azione concreta, nella denuncia profetica. Ma va custodita, non spenta. Perché quando smetti di indignarti, hai già iniziato ad abituarti. E quando ti abitui, sei già sulla strada che Isaia denuncia.
VI. Il perdono che non è resa: Maria Costa e il “settanta volte sette”
Maria Costa, nel suo commento, ha richiamato il “perdona settanta volte sette” di Matteo 18,22 e la preghiera di San Francesco. Qui voglio fare una precisazione esegetica che ritengo importante.
Il hebdomēkontakis heptá (ἑβδομηκοντάκις ἑπτά) — “settanta volte sette” — non è un numero. È un’iperbole che rovescia la vendetta di Lamec in Genesi 4,24: “Se Caino sarà vendicato sette volte, Lamec lo sarà settantasette volte”. Cristo prende la logica della vendetta illimitata e la capovolge in logica di perdono illimitato. È una rivoluzione antropologica, non un consiglio morale.
Ma — e questo è il punto che spesso viene frainteso — il perdono cristiano non è mai complicità con il male. Perdonare non significa dire “va bene così”. Significa dire: “non lascio che il male che mi hai fatto determini chi sono io”. Il perdono è un atto di libertà interiore, non di resa. Perdonare il violento non significa tollerare la violenza. Perdonare il bugiardo non significa accettare la menzogna. Il perdono libera chi perdona dalla catena della rabbia e del risentimento, ma non cancella la realtà oggettiva del male compiuto.
Questo è essenziale per il tema di fondo del nostro discorso: abituarsi al male non è perdonare. Perdonare richiede che tu riconosca il male come male. L’assuefazione, al contrario, smette di riconoscerlo. Sono due movimenti opposti. Il primo è un atto della grazia; il secondo è una paralisi della coscienza.
VII. Vegliate: non un consiglio, ma un comando
Torniamo dove siamo partiti. Nel video ho citato Matteo 26,41: “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione”.
Il verbo è grēgoreîte (γρηγορεῖτε), imperativo presente attivo. Il presente indica un’azione continua: non “vegliate adesso”, ma “siate continuamente vigilanti”. È lo stesso verbo che ritorna nella parabola delle vergini (Matteo 25,13), nell’avvertimento escatologico di Marco 13,37 (”Ciò che dico a voi lo dico a tutti: vegliate!”), e nella prima lettera di Pietro (5,8): “Siate sobri, vegliate: il vostro avversario, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare”.
La vigilanza non è paranoia spirituale. È quello stato di coscienza sveglia che rifiuta di dare per scontato ciò che vede. È la decisione quotidiana — quotidiana, non una volta per tutte — di non lasciare che il male diventi sfondo, rumore bianco, normalità. È ciò che i Padri del deserto chiamavano nepsis (νῆψις): sobrietà interiore, attenzione del cuore, lo sguardo che non si addormenta.
E qui voglio chiudere con le parole di Paolo che nel video ho usato come sigillo, ma che meritano un’ultima riflessione: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Romani 12,21).
Il verbo nikáō (νικάω) — “vincere” — nel Nuovo Testamento è un verbo di battaglia, non di filosofia. Paolo non sta dando un consiglio per vivere meglio. Sta dando un ordine di combattimento. E il combattimento cristiano non è contro gli altri: è contro la tentazione di arrendersi, di abituarsi, di chiudere gli occhi. Ogni volta che preghi, combatti. Ogni volta che ti confessi, combatti. Ogni volta che ricevi l’Eucaristia, combatti. Ogni volta che rifiuti di chiamare “normale” ciò che è male, combatti.
E ogni volta che combatti — anche se cadi, anche se ti rialzi a fatica, anche se la vittoria sembra lontana — stai scegliendo di non dormire. Stai scegliendo la vigilanza. Stai scegliendo Cristo.
Questo articolo nasce dal video “Ci stiamo abituando al male” pubblicato sul mio canale YouTube “Vincenzo Lo Palo” e si arricchisce delle riflessioni condivise dalla comunità nei commenti. A Fleurmar, Angela, Silvia, Maria, e a tutti coloro che hanno avuto il coraggio di condividere la propria esperienza: grazie. Le vostre parole non sono andate perse. Sono diventate parte di questo cammino comune.
Se questo approfondimento ti ha parlato, condividilo con chi potrebbe averne bisogno.
Sia lodato Gesù Cristo.
Sempre sia lodato.

