Qualche giorno fa, sotto un mio video postato nel canale youtube, riguardante Matteo 8 (trovate il video alla fine dell’articolo) — quello in cui Gesù dice lascia che i morti seppelliscano i loro morti — un lettore di nome Gerry mi ha scritto una sola riga: «È un passo che con la mentalità di oggi si fa fatica a interpretare.» Quella parola — fatica — mi è rimasta addosso per giorni.
Nel video qui in Substack provo a rispondergli, ma in realtà rispondo a una cosa che facciamo tutti: davanti a un passo della Scrittura che resiste, il nostro primo riflesso è cercare qualcosa che ce lo faccia smettere di graffiare. Una spiegazione veloce, un commento rassicurante, un’inquadratura storica che ci permetta di chiudere il libro tranquilli. È esattamente questo movimento a impedirci di leggere davvero il Vangelo, perché la fatica davanti alla Parola non è un guasto da riparare: è il segno che la lettura sta funzionando.
Il video lo dice, e lì si ferma. Qui, nell’articolo, voglio aggiungere una cosa che nel video non è entrata e che credo sia decisiva — perché senza di essa il discorso sulla fatica diventa pericoloso.
Non tutta la fatica davanti alla Scrittura è la stessa fatica.
C’è una fatica che è il segno che la Parola sta lavorando. E c’è una fatica che è il segno che noi stiamo male. Le due si confondono facilmente, perché si presentano nello stesso modo: un nodo allo stomaco, un disagio che non si scioglie, un passo che continua a tornare. Ma vengono da posti diversi, e chiedono risposte opposte. Saperle distinguere è una delle questioni più serie della vita interiore — e una delle meno frequentate dalla pastorale digitale, che tende a buttare tutto nello stesso calderone della “Parola che ci interpella”.
La tradizione cattolica, da Cassiano in poi, ha un nome preciso per la fatica falsa: si chiama scrupolo. Lo scrupolo è il movimento dell’anima che si attacca a un passo della Scrittura — o a un dovere, o a un peccato — e non riesce a staccarsene, ma non perché lo stia comprendendo: perché lo sta usando come specchio della propria angoscia. Lo scrupoloso davanti a lascia che i morti seppelliscano i loro morti non sta sentendo Cristo che lo chiama: sta sentendo la propria paura di non essere mai abbastanza generoso, abbastanza pronto, abbastanza puro. La Scrittura, in lui, non lavora — gira a vuoto su una ferita che non è teologica, è psicologica.
E c’è il movimento opposto, ma altrettanto falso: la durezza spirituale travestita da fedeltà. È quella di chi tiene addosso il nodo non perché la grazia ci stia facendo qualcosa, ma perché lo identifica con la serietà del cristiano. “Io sono uno che soffre la Parola, e questo mi rende vero.” È una forma sottile di superbia. Il nodo, lì, non è un punto in cui Dio sta agendo: è un trofeo.
Come si distinguono? La domanda non è facile, e non c’è una formula che funzioni sempre. Ma alcuni segni li ho imparati a riconoscere — un po’ nei Padri, un po’ in Sant’Ignazio, un po’ sulla mia pelle.
La fatica vera muove. Cioè: dopo qualche giorno, qualche settimana, qualche mese, ti accorgi che qualcosa in te si è spostato. Non hai capito di più con la testa, ma stai vivendo diversamente. Una scelta che evitavi la affronti. Una persona che giudicavi la guardi con occhi diversi. Un peccato che giustificavi smette di sembrarti giustificabile. La Parola, attraverso la fatica, ha lavorato.
La fatica falsa gira. Cioè: torna sullo stesso punto con la stessa intensità, mese dopo mese, anno dopo anno, senza che nulla cambi né dentro di te né intorno a te. Non è un nodo che si scioglie lentamente — è un loop. E il segno più chiaro è che ti lascia sempre con la stessa emozione: angoscia, senso di inadeguatezza, paura. La fatica vera ti porta, alla fine, in un luogo nuovo, anche se per arrivarci passi dal buio. La fatica falsa ti riporta sempre nello stesso luogo, e quel luogo è te stesso.
C’è poi un secondo criterio, ed è quello che Sant’Ignazio chiamerebbe senza fronzoli: la fatica vera ti fa pregare di più, la fatica falsa ti fa pregare di meno. Il nodo che viene dalla Parola ti spinge a stare davanti al Signore — anche stancamente, anche male, anche senza parole. Il nodo che viene da te ti spinge a stare davanti a te stesso, a rimuginare, a rileggere il passo cento volte cercando la frase che ti consoli. È un test brutale, ma raramente sbaglia.
E c’è un terzo criterio, che riguarda il rapporto con gli altri. La fatica vera, alla lunga, rende più miti. Chi ha lasciato lavorare davvero la Parola dentro di sé non diventa più rigido con gli altri, ma più paziente — perché ha imparato in prima persona quanto è lento il lavoro della grazia. La fatica falsa, invece, rende più giudicanti: lo scrupoloso e l’orgoglioso spirituale finiscono spesso per pretendere dagli altri la stessa intensità che pretendono da sé, e diventano insopportabili — a volte persino crudeli — sotto le insegne della serietà cristiana.
Tutto questo per dire che il consiglio che ho dato nel video — resta nel nodo — non è incondizionato. È un consiglio per chi davanti alla Scrittura sente una fatica che muove, che lo porta a pregare, che lo rende più mite. Per chi invece sente una fatica che gira, che lo allontana dalla preghiera, che lo rende più duro, il consiglio è un altro, ed è esattamente opposto: cerca aiuto. Un confessore, un padre spirituale, una persona equilibrata. Non perché la fatica vada tolta — ma perché, in quel caso, non è la Parola che ti sta lavorando: sei tu che ti stai facendo male.
E qui si capisce perché la Chiesa, nei secoli, ha sempre tenuto insieme due cose che oggi tendiamo a separare: la lettura personale della Scrittura e la guida spirituale. Non perché il singolo non possa leggere da solo — può, e deve. Ma perché, quando il nodo arriva, qualcuno fuori di te è spesso l’unico che può dirti se quello che stai sentendo è grazia che lavora o ferita che si infetta. È una funzione che oggi, per molti di noi, è di fatto scomparsa — e questo è uno dei motivi per cui tante vite spirituali, anche serie, si arenano in nodi che durano vent’anni.
Concludo lì dove il video si chiudeva, ma con una virgola in più.
Il Vangelo non è venuto solo per farsi capire — è venuto per cambiarci. E si fa capire, davvero, solo da chi accetta di farsi cambiare. Ma farsi cambiare non vuol dire stringere i denti su ogni nodo che si forma. Vuol dire imparare a riconoscere quali nodi vengono da Dio — e quelli, sì, vanno tenuti finché non finiscono di lavorare.
Per andare a fondo sul passo
Se la fatica concreta su Matteo 8,22 — sulla durezza di quella risposta di Gesù, sul perché scavalchi perfino il dovere filiale di seppellire un padre — la volete attraversare fino in fondo, l’esegesi completa è nel video YouTube da cui tutto è nato. Lì entro nel greco (il doppio uso di νεκρούς, i due “morti” che non sono lo stesso “morto”), nella categoria rabbinica del met mitzvah — l’unico dovere che nel giudaismo del Secondo Tempio sospendeva tutti gli altri — e nel motivo preciso per cui Gesù, proprio quel dovere, lo scavalca. È il pezzo a cui Gerry stava reagendo quando ha scritto la sua riga. Chi vuole capire dove la fatica andava a posarsi, parta da lì.


