Il grido che Dio non censura
Se Dio è buono, perché soffrono gli innocenti? Non una risposta — un cammino dentro la domanda più scandalosa della fede.
C’è una domanda che non nasce nei libri. Nasce ai piedi di un letto d’ospedale pediatrico, nasce al funerale di un bambino, nasce nella notte di una madre che stringe un figlio che non risponde più. È la domanda più antica e più scandalosa del mondo, e non me ne vergogno: è anche la mia.
Se Dio è buono, perché permette la sofferenza degli innocenti?
Lo dico subito: non ho una risposta. E diffido di chiunque dica di averla. Ho un cammino, ho la Scrittura, ho duemila anni di santi e teologi che hanno attraversato questo buio prima di me — e nessuno di loro ne è uscito con una formula. Sono usciti con delle cicatrici. E con una fiducia che, paradossalmente, era più forte di prima.
Quello che voglio fare oggi non è spiegarti il dolore. È camminarci dentro con te, con gli strumenti che ho: il testo biblico, la Tradizione, e l’onestà di dire ciò che non so.
La prima cosa da stabilire è questa: chi si pone questa domanda non è un miscredente. È una persona vera. È — oserei dire — una persona più vicina a Dio di chi non se la pone mai.
Lo sai perché? Perché questa domanda attraversa tutta la Scrittura. Non è un corpo estraneo nella Bibbia — è una delle sue voci più potenti.
Il Salmo 22 si apre con un grido: אֵלִי אֵלִי לָמָה עֲזַבְתָּנִי — Elì, Elì, lamà azavtàni — “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Sono le stesse parole che Gesù pronuncerà sulla croce (Mt 27,46). Il Figlio di Dio non muore citando un salmo di lode. Muore citando un salmo di lamento. Muore gridando la domanda che tu ed io ci facciamo nei momenti più bui.
Geremia maledice il giorno in cui è nato (Ger 20,14-18). Giobbe accusa Dio di averlo preso di mira senza motivo. I salmi imprecatori chiedono a Dio di schiacciare i nemici con una violenza che ci mette a disagio. La Bibbia non censura il grido dell’uomo che soffre. Lo accoglie, lo canonizza, lo mette nel libro sacro come parola ispirata.
E questo è il primo dato teologico fondamentale: il lamento non è il contrario della fede. È una delle sue forme più pure. Chi grida a Dio sta ancora parlando con Lui. Chi ha smesso di gridare, spesso, ha smesso di credere.

Prima di dire cosa fa Dio di fronte al dolore, devo dire cosa non fa. Perché secoli di teologia popolare distorta hanno prodotto un’immagine di Dio che è una bestemmia mascherata da devozione.
Dio non manda il cancro a un bambino per “metterci alla prova.” Dio non uccide un figlio per “insegnare qualcosa” ai genitori. Dio non distribuisce sofferenza come un pedagogo sadico che picchia per educare. Se la tua immagine di Dio è questa, non hai un problema di fede — hai un problema di idolatria, perché stai adorando un mostro, non il Padre di Gesù Cristo.
La Lettera di Giacomo lo dice con una chiarezza che non ammette equivoci: μηδεὶς πειραζόμενος λεγέτω ὅτι ἀπὸ Θεοῦ πειράζομαι· ὁ γὰρ Θεὸς ἀπείραστός ἐστιν κακῶν — “Nessuno, quando è tentato, dica: sono tentato da Dio. Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male” (Gc 1,13). Il termine greco ἀπείραστος — apeírastos — è fortissimo: significa letteralmente “non toccato dal male”, “estraneo al male.” Non c’è alcuna complicità tra Dio e il male. Nessuna.
E allora da dove viene il male? La Genesi racconta l’ingresso del peccato nel mondo attraverso la libertà umana. Ma attenzione — e qui devo essere onesto — la libertà umana spiega il male morale (la guerra, l’omicidio, l’ingiustizia), non spiega il male naturale (il terremoto, il tumore, la malformazione genetica di un neonato). Un bambino che nasce con una malattia terminale non è vittima della libertà di nessuno. È vittima di un mondo che la teologia chiama “caduto” — un mondo in cui la creazione stessa, come dice Paolo, “geme nelle doglie del parto” (Rm 8,22). È un gemito cosmico, non una punizione individuale.
Questa distinzione è cruciale. Se la salti, finisci per dire alle persone che soffrono che è colpa loro o che Dio “ha un piano” — e queste parole, dette al momento sbagliato, sono pietre lanciate contro chi è già a terra.
Se c’è un libro della Bibbia che affronta il tema della sofferenza innocente senza scorciatoie, è Giobbe. E non è un caso che sia anche uno dei libri più fraintesi.
Giobbe è un uomo giusto — il testo lo dice esplicitamente: אִישׁ תָּם וְיָשָׁר — ish tam veyashàr — “uomo integro e retto” (Gb 1,1). Non è un peccatore punito. Non ha fatto nulla di male. La sua sofferenza non ha causa morale. Questo è il punto di partenza del libro — e chi lo ignora, fraintende tutto ciò che segue.
Gli amici di Giobbe — Elifaz, Bildad, Zofar — rappresentano la teologia della retribuzione: soffri perché hai peccato. È la teologia più comoda del mondo, perché dà una spiegazione a tutto. Ed è la teologia che Dio stesso condanna alla fine del libro: “La mia ira si è accesa contro di te, Elifaz, e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose giuste come il mio servo Giobbe” (Gb 42,7).
Rileggilo: Dio dà ragione a Giobbe — a colui che ha gridato, accusato, preteso risposte — e torto agli amici che difendevano Dio con argomenti teologici puliti. Questo è sconvolgente. Dio preferisce il grido onesto alla teologia accomodante.
Ma Giobbe riceve una risposta? Sì e no. Dio risponde dalla tempesta (Gb 38-41) — ma non spiega il perché della sofferenza. Non dice “hai sofferto perché...” Non offre una causa. Offre la sua presenza. Dice, in sostanza: “Io sono qui. Io sono più grande di ciò che puoi comprendere. E questo deve bastarti.”
La risposta di Giobbe è: שְׁמַע־אֹזֶן שְׁמַעְתִּיךָ וְעַתָּה עֵינִי רָאָתְךָ — “Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora il mio occhio ti vede” (Gb 42,5). Non ha ricevuto una spiegazione. Ha ricevuto un incontro. E l’incontro gli è bastato.
C’è un salto che separa l’Antico Testamento dal Nuovo, e quel salto è la croce.
Nell’Antico Testamento Dio risponde al dolore con la sua presenza. Nel Nuovo Testamento fa qualcosa di impensabile: entra nel dolore. Non lo osserva dall’alto, non lo gestisce da lontano — lo subisce. Il Figlio di Dio muore. Non in senso figurato, non in senso mistico — muore realmente, con chiodi reali, soffocamento reale, e un’angoscia spirituale che va oltre qualsiasi sofferenza fisica.
Nel Getsemani — e chi ha letto il mio libro sa quanto questo luogo mi stia a cuore — Gesù sperimenta il περίλυπος, l’angoscia mortale, il peso di tutto il male del mondo concentrato in un’unica notte. Sulla croce sperimenta l’abbandono: Ἐλωΐ, Ἐλωΐ, λεμὰ σαβαχθάνι — “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). Marco preserva l’aramaico originale — non lo traduce subito — perché quel grido è troppo crudo per essere addomesticato.
E qui sta il cuore della risposta cristiana al dolore — una risposta che non è una spiegazione ma una solidarietà ontologica: non esiste luogo di sofferenza umana dove Dio non sia già stato. Non esiste abisso che Cristo non abbia già toccato. Non esiste notte così buia dove il Figlio di Dio non abbia già gridato.
Quando una madre tiene in braccio un figlio morente, Dio non è “lassù” che guarda. Dio è lì — nel corpo di quel bambino, nelle lacrime di quella madre, nella carne del Figlio che ha scelto di morire perché nessun dolore umano restasse senza la presenza divina.
Questo non toglie il dolore. Non lo spiega. Ma lo trasforma radicalmente: da solitudine assoluta a solitudine abitata.
Devo dire una cosa scomoda, e la dico perché ci credo.
Nella predicazione cristiana — anche nella mia, anche nei miei video — c’è un rischio costante: trasformare la redenzione della sofferenza in una formula che anestetizza il dolore. “Offri tutto a Gesù.” “La sofferenza unita a Cristo salva.” “Un giorno capirai.”
Queste frasi sono teologicamente vere. Ma dette al momento sbagliato, alla persona sbagliata, nel modo sbagliato, diventano violenza spirituale. Dire a una madre che ha appena perso un figlio “offri il tuo dolore a Cristo” è come dare uno schiaffo a chi sta annegando.
Dietrich Bonhoeffer parlava di “grazia a buon mercato” — una grazia che giustifica il peccato senza chiedere conversione. Io credo che esista anche una “redenzione a buon mercato” — una redenzione che giustifica il dolore senza averlo attraversato, che parla di senso senza aver toccato il non-senso, che corre alla risurrezione saltando il Venerdì Santo.
La croce prima della risurrezione. Il Getsemani prima della croce. Il silenzio di Dio prima della risposta di Dio. Non si può saltare nessun passaggio. Chi soffre ha diritto di stare nel buio il tempo che gli serve, senza che nessuno gli accenda la luce in faccia dicendo “guarda il lato positivo.”
Gesù stesso nel Getsemani non salta al “sia fatta la tua volontà” immediatamente. Prima suda sangue. Prima chiede che il calice passi. Prima vive il terrore. L’abbandono al Padre non è un atto istantaneo — è il frutto di un’agonia. E noi non abbiamo il diritto di chiedere agli altri di arrivare dove Cristo stesso ha impiegato un’intera notte per arrivare.
Paolo, nella Lettera ai Romani, scrive una delle frasi più citate e meno comprese del Nuovo Testamento:
λογίζομαι γὰρ ὅτι οὐκ ἄξια τὰ παθήματα τοῦ νῦν καιροῦ πρὸς τὴν μέλλουσαν δόξαν ἀποκαλυφθῆναι εἰς ἡμᾶς — “Ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rm 8,18).
Molti leggono questo versetto come un invito a minimizzare la sofferenza: “Non lamentarti, tanto poi c’è il Paradiso.” Ma il contesto dice l’opposto. Leggi i versetti successivi: Paolo parla di una creazione intera che geme (στενάζει, Rm 8,22), di noi stessi che gemiamo interiormente (Rm 8,23), e dello Spirito che intercede per noi con gemiti inesprimibili — στεναγμοῖς ἀλαλήτοις (Rm 8,26).
Il termine ἀλάλητος — alálētos — è straordinario: significa letteralmente “che non può essere detto a parole.” Lo Spirito Santo prega per noi con un linguaggio che supera le parole. Quando non sai cosa dire, quando il dolore ti ha tolto la voce, quando non riesci nemmeno a formulare una preghiera — lo Spirito lo sta già facendo per te, con un gemito che non ha bisogno di parole.
Paolo non sta minimizzando il dolore. Sta dicendo che il dolore è reale, cosmico, universale — e che nonostante tutto, la gloria futura lo supererà. Non lo cancellerà retroattivamente, non lo renderà “come se non fosse mai successo.” Lo trasfigurerà. Come le ferite del Risorto — ancora visibili, ancora toccabili, ma illuminate da una luce nuova.
Se sei nel dolore adesso — non domani, non in teoria, adesso — non ti dico “offri tutto a Gesù.” Ti dico tre cose.
La prima: grida. Hai il permesso di gridare. Hai il permesso biblico, teologico, cristologico di gridare. Cristo lo ha fatto. I salmisti lo hanno fatto. Giobbe lo ha fatto. Dio non si offende del tuo grido — si offende del tuo silenzio forzato, di quella compostezza che non è fede ma paura.
La seconda: non restare solo. Il dolore vissuto in isolamento diventa disperazione. Il dolore condiviso — con un amico, un sacerdote, una comunità, anche solo con qualcuno che sta zitto accanto a te — diventa sopportabile. Gli amici di Giobbe, prima di sbagliare tutto con le loro teologie, fanno una cosa giusta: “Sedettero con lui per terra sette giorni e sette notti. Nessuno gli rivolgeva la parola perché vedevano che il suo dolore era molto grande” (Gb 2,13). Sette giorni di silenzio accanto a chi soffre. È la cosa più cristiana che puoi fare per qualcuno che sta soffrendo.
La terza: non chiudere la porta a Dio. Non perché Dio si offenda — ma perché nel momento in cui chiudi quella porta, resti solo con il tuo dolore, e il dolore da solo, senza orizzonte, diventa inferno. Tieni quella porta aperta anche solo di una fessura. Anche solo per dire: “Non capisco niente, non sento niente, ma sono ancora qui.”
Il resto — il senso, la luce, la trasfigurazione — verrà. Non quando lo decidi tu, non quando lo decide un predicatore, non quando lo decide un libro di teologia. Verrà quando Dio deciderà che è il momento. E nel frattempo, il tuo compito non è capire.
È resistere.
Le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. (Romani 8,18) Non perché il dolore sia piccolo. Ma perché la gloria sarà immensa.

