Ci stiamo abituando al male?!
Cosa accade dentro di noi quando il male non ci scandalizza più
Nel video ho parlato di una sensazione che molti avvertono ma pochi analizzano davvero: quella strana indifferenza che si insinua quando assistiamo a qualcosa di oggettivamente sbagliato e, invece di reagire, restiamo interiormente immobili. Ho parlato di anestesia, e non era una parola scelta per impressionare. L’anestesia non cancella la ferita; semplicemente impedisce di sentirla. Il problema è che, quando riguarda la coscienza, questa perdita di sensibilità non è neutrale: è già una trasformazione profonda dell’uomo.
All’inizio il male ci colpisce. Ci disturba, ci indigna, talvolta ci fa perfino soffrire. È un segno sano. Significa che dentro di noi esiste ancora un criterio, una misura, una luce capace di distinguere. Tuttavia, quando l’esposizione si ripete ogni giorno – nelle notizie, nel linguaggio, nell’intrattenimento, nelle conversazioni – quella reazione iniziale si affievolisce. Non perché il male sia diminuito, ma perché la nostra capacità di percepirlo si è adattata. E qui sta il nodo: l’adattamento che in biologia è sopravvivenza, in ambito morale può diventare decadimento.
Nel video ho citato Isaia:
«Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene» (Is 5,20).
Questo versetto non descrive semplicemente un comportamento; descrive un processo. Il punto decisivo non è soltanto compiere il male, ma arrivare a ridefinirlo. Il cambiamento del linguaggio precede il cambiamento della coscienza. Quando il peccato non è più nominato come tale, quando viene riformulato come scelta personale, libertà, diritto, autenticità, allora la battaglia si è già spostata dal piano dell’azione a quello della verità. E una volta che la verità viene relativizzata, anche la coscienza perde orientamento.
Qui occorre capire questo: la coscienza non è un’emozione soggettiva, non è ciò che “mi fa sentire bene o male”. Nella tradizione cristiana, la coscienza è il giudizio della ragione che applica la legge morale alla situazione concreta. Se la ragione viene confusa da narrazioni ambigue, anche la coscienza si offusca.
Per questo nel video ho parlato degli slogan evangelici estrapolati, come “Non giudicare”. Cristo non ha abolito il giudizio morale; ha condannato l’ipocrisia e l’arroganza. Nel medesimo discorso, infatti, invita a riconoscere gli alberi dai frutti. Dunque discernere è necessario; ciò che è vietato è la presunzione di superiorità. Quando però lo slogan viene isolato dal suo contesto, diventa uno scudo per rendere tutto indiscutibile.
La normalizzazione del male non avviene con un atto improvviso, ma attraverso una lenta erosione. Prima si tollera, poi si giustifica, infine si difende. Ed è qui che la coscienza smette di “abbaiare”, per usare l’immagine del video. Una coscienza viva disturba, mette in crisi, chiede conversione. Una coscienza addormentata offre pace apparente, ma è la pace di chi non vede più il pericolo.
Per questo l’antidoto non è l’indignazione sterile né il moralismo aggressivo. È un lavoro interiore serio. La confessione, ad esempio, non è soltanto un rito; è l’atto con cui l’uomo si obbliga a chiamare il male per nome davanti a Dio. L’Eucaristia non è soltanto consolazione; è partecipazione a una verità che riordina il desiderio. La preghiera non è evasione; è allenamento dello sguardo. In altre parole, le pratiche spirituali non sono accessori devozionali: sono strumenti concreti per mantenere vigile la coscienza.
C’è poi un punto che nel video ho solo accennato ma che merita uno sviluppo ulteriore: il male, anche quando sembra piccolo, non è mai banale. Non è “parte inevitabile della vita”. È sempre una frattura tra l’uomo e la verità del suo essere. Quando lo consideriamo normale, non stiamo semplicemente adattandoci al mondo; stiamo modificando la struttura interiore con cui giudichiamo il mondo.
La domanda decisiva, allora, non è se il male esista – questo è evidente – ma se noi siamo ancora capaci di riconoscerlo senza negoziare con esso. Il rischio più grande del nostro tempo non è l’esistenza del peccato; è la sua banalizzazione. Non è la caduta; è la perdita del senso della caduta.
Ecco perché questa riflessione non era un semplice invito all’indignazione, ma alla vigilanza. Vigilare significa custodire il cuore, preservare la capacità di dire: questo non è bene, anche se è diffuso; questo non è vero, anche se è approvato; questo non mi costruisce, anche se mi attrae.
Se il mondo anestetizza, il Vangelo risveglia. Se la cultura confonde, la verità illumina. La questione non è essere più severi degli altri, ma restare lucidi. E la lucidità spirituale è oggi una forma di resistenza.
La battaglia decisiva non è esterna; è nella coscienza. Ed è lì che si gioca la fedeltà quotidiana.
Siano lodati Gesù e Maria

